#Rigopiano, parla per la prima volta l’autista della turbina Anas: ‘quella strada ai confini della realtà’

Farindola. ­ “Quando salivo su quella strada mi sembrava di andare ai confini della realtà. Non si vedeva nulla, era buio, c’era il vento e la tormenta di neve. Non c’era nulla, su quella strada, solo un buco nero”. Per la prima volta parla Sabatino Di Donato, l’autista della turbina dell’Anas che il 18 gennaio scorso ha aperto la strada ai soccorritori che cercavano di arrivare all’hotel Rigopiano: senza il suo lavoro, nessun mezzo sarebbe potuto arrivare lassù. Dodici ore, ci ha messo Sabatino per liberare 9 chilometri di strada: dalle 20 alle 8 del mattino del giorno dopo. Dodici lunghissime ore in cui i pensieri si sono accavallati alle paure, l’esperienza alla disperazione, la necessità di arrivare prima possibile a quella di non commettere neanche un errore. E ora che la racconta, quella notte, Sabatino si commuove ancora. “Ho due figlie e due nipotine, so cosa vuol dire avere paura”. Di Donato lavora all’Anas da 37 anni, al compartimento di L’Aquila; quel 18 gennaio aveva iniziato molto presto. “Eravamo ad Atri fin dalla mattina, c’era l’ospedale isolato, che aveva finito il gasolio. Alla fine del turno, è arrivato il collega che mi doveva dare il cambio e per la prima volta ho sentito dell’hotel Rigopiano. Parlavano di una slavina, ma non sapevamo ancora nulla. Così ci siamo messi in cammino”. Il collega è Mario Coppolino, in Anas dal 1997. Sabatino e Mario, però, non conoscevano la strada e così, arrivati a Penne, si sono fatti spiegare bene cosa li attendesse. Al bivio di Rigopiano, 9 chilometri dall’albergo, è iniziata la lotta contro quel mostro: 3 metri di neve davanti e di lato, la strada assolutamente inesistente. Dice Sabatino: “abbiamo iniziato a salire in quel nulla.

La strada non era neanche segnalata, non c’erano le paline, non c’era nulla. Ci siamo dovuti fermare perché non sapevamo dove andare, ci siamo aiutati con qualche segnale sparso qui e lì fra la neve. E poi c’erano gli alberi caduti, alcuni avevano un diametro di 30/40 centimetri, erano infilzati di punta nella neve, piantati nella strada”. Anche Mario ha lo stesso ricordo: “c’erano alberi, pietre, neve, tanta neve. Ci siamo trovati veramente persi in certi momenti”. Gli alberi sono stati il vero incubo. “Ogni volta che ne prendevi uno sotto la fresa si rompevano i bulloni di tracciamento”. Cosa sono? Sabatino ride. “Bulloni del 18 montati sulla fresa, fatti apposta per rompersi in caso di ostacolo, così la macchina si blocca ma non si rompe. Sai quanti ne abbiamo cambiati quella notte? 20. Quanti se ne cambiano in un’intera stagione di neve”. E ogni volta che bisognava cambiarli si doveva scendere sotto la bufera, con la neve fino al ginocchio. “Eravamo completamente bagnati”. Ad un certo punto, durante la notte, è finito pure il gasolio. “Avevamo una tanica da 20 litri e i vigili del fuoco dietro di noi un’altra, siamo riusciti a lavorare altri 50 minuti. Poi, con una catena umana di tutti i soccorritori, sono arrivate le altre latte dal mezzo che era in coda. E siamo andati avanti”. Dentro la cabina della turbina, Sabatino vedeva a malapena a 5 metri davanti a se. Cosa pensavi Sabatino? “Ad arrivare prima possibile, non pensavo ad altro. Ma dovevamo stare attenti alla strada, dove era, e alla macchina: se si fosse rotta non avremmo mai aperto la strade e avremmo bloccato tutti. In quei momenti c’è poco da pensare: devi mettere tutta la tua esperienza perché un nostro errore avrebbe bloccato tutto e non saremmo mai arrivati”. E tu, Mario? “Cosa pensavo? Niente. Anzi no: pensavo a non fare danni e basta. Sapevo solo che dovevo arrivare”. Verso le 8 del mattino la turbina svolta l’ultima curva. Da lì all’hotel mancavano circa 300 metri. “Mi sono trovato davanti un muro di ghiaccio, la macchina non andava avanti, nonostante la fresa al massimo. Ad un certo punto è arrivato uno dei ragazzi del Soccorso Alpino e mi ha detto di fermarmi subito. Quello ­ Sabatino abbassa la voce ­ era il fronte della valanga, lì sotto poteva esserci qualcuno. Era l’alba. A quel punto ho alzato la testa e ho visto l’hotel. Mi avevano detto che era una struttura di 3 o 4 piani ma io a stento ne ho visto uno”. Mario lo ascolta. “Se ripenso a quella notte? Sì, certo che ci penso. E penso che sono stato male, molto male”.