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Al #Fla2015 Capovilla conquista Pescara col suo spettacolo in onore di Pasolini

FLAPescara. In occasione del Festival delle Letterature in corso a Pescara, la sera del 5 novembre si è tenuto il reading pasoliniano “La Religione del Mio Tempo” di Pierpaolo Capovilla.
La serata tenutati al “Matta” ha segnato il tutto esaurito e un indiscutibile successo non solo di pubblico, ma anche artistico. Capovilla ormai, forte di anni di reading, sa dimostrare di non essere soltanto uno dei cantautori più importanti della scena alternativa italiana, ma anche un intellettuale capace di far apprezzare una poesia certo non facile come quella di Pasolini.
Nello spettacolo, durato circa un’ora, l’artista ha interpretato molti dei componimenti poetici del Pier Paolo venuto a mancare quaranta anni fa, facendo emozionare ed emozionandosi lui stesso. Con questo evento il Festival delle Letterature ha reso onore in modo indiscutibilmente forte al compianto poeta morto in circostanze tanto tragiche nel 1975.

Per l’occasione ho avuto anche il piacere di conoscere Pierpaolo Capovilla. Nel corso dell’intervista abbiamo toccato molti argomenti, primo tra tutti Pasolini, per poi passare al nuovo album del Teatro degli Orrori, al processo di Erri De Luca e anche a curiosità e novità sulle attività di Capovilla. Ciò che però mi preme sottolineare è la profonda umanità e sincerità di questo artista che sa dimostrare soprattutto nel contatto umano una grande umiltà, checché se ne dica.

FLA2Pierpaolo, innanzitutto partiamo dalle domande d’obbligo. È cominciato bene il nuovo tour del Teatro degli Orrori?
Benissimo. Il pubblico c’è, è galvanizzato, il gruppo sente che sta facendo la cosa giusta. Però io mi sono fatto male, ho avuto un incidente all’Orion di Roma. Un piccolo incidente di percorso: mi sono incrinato due o tre costole e non auguro neanche al mio peggior nemico di fare i concerti de Il Teatro Degli Orrori in queste condizioni fisiche. Comunque adesso sto meglio. Domani suoniamo a Parma, poi a Milano. Non vediamo l’ora di proseguire.

Quindi il nuovo album omonimo è stato ben accolto dal pubblico.
È stato accolto come un disco del Teatro degli Orrori. Poi i detrattori ci sono ed è giusto che ci siano, generosi o ingenerosi che siano. Ma che me ne frega? (ridiamo tutti)

Però forse nell’album precedente (Il Mondo Nuovo) c’era una ricerca letteraria più rilevante. Leggevo che Giulio Favero ti ha indirizzato su un linguaggio più immediato.
La ricerca letteraria c’è anche qui, però è vero che quando abbiamo cominciato a scriverlo sul serio, Giulio e Gionata mi hanno spinto a un ragionamento: in che tempi stiamo vivendo? Quali sono le circostanze storiche in cui giacciono le nostre esistenze? Cosa dobbiamo dire oggi a chi ci ascolta?
Siamo tutti incazzati neri ed è vero! Perché siamo arrabbiati? Perché ci stanno rubando le speranze.
Pensiamo a Renzi che diventa il leader del Partito Democratico, e lui con il suo gruppo dirigente lo trasforma in pochi mesi in un partito di destra europea, forse neanche europea, italiana! È davvero doloroso ciò che sta avvenendo, lo dico da ex iscritto e da ex militante. Mi viene il voltastomaco nel vedere cosa sta diventando il ceto politico italiano. È un processo iniziato tanti anni fa, però si sta inviluppando nel segno del precipizio morale, etico, anche del lobbismo e, lasciamelo dire, nel segno della criminalità organizzata. Io sono uno molto politico in ciò che fa, pensa, dice, scrive e quindi canta. Lo sono sempre stato sin dai miei esordi. La mia vita la vivo insieme a te, insieme a voi, nella società, e quindi raccontando la mia vita, racconto la società, e raccontando la società, racconto la mia vita. Io mi sento organico alla comunità in cui vivo, però sento anche che questa comunità mi detesta, mi odia, mi disprezza, mi vorrebbe picchiare e mi vorrebbe fare del male.

E qui arriviamo a Pasolini.
FLA 3Pasolini ha avuto un ruolo nella scrittura di questo disco, perché dopo tanti reading pasoliniani e tanto studio che ho dovuto fare per e con Pasolini, mi ha aperto gli occhi. Non che li avessi chiusi, li avevo socchiusi. Ero stanco, ero annoiato. C’è un momento nel decorso storico in cui dobbiamo cercare un rinascimento culturale in questo paese. Ma per cercarlo dobbiamo fare qualcosa. Ognuno di noi deve cercarlo nel suo piccolo, perché è importantissimo il “piccolo”. Esso è la cosa più importante che c’è, perché se vuoi vivere bene devi leggere tanto, meno leggi peggio vivi. Per leggere però ci vuole tempo, per avere tempo ci vogliono i soldi, per avere i soldi bisogna andare a lavorare.
Dobbiamo cominciare a ripensare le nostre esistenze, perché qui sta avvenendo qualcosa di epocale. Il Jobs Act è lì a dircelo. Non c’è più uno stato sociale. Questo è il primo passo verso la definitiva americanizzazione del nostro paese. Io non sono d’accordo con questo processo: bisogna fermarlo. Ora è chiaro che non faremo mai nulla di particolarmente significativo a livello politico con le canzoni, però possiamo contribuire affinché il paese si svegli. Perché non darsi questo obbiettivo? A me non costa niente. Non ci perdo niente. Se non me lo dessi, mi sentirei inadeguato, insufficiente al ruolo sociale che credo di ricoprire. Poi lottare serve anche per rendere la mia vita e quella di chi mi sta intorno più interessante, più avvincente, più bella e più degna.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Pasolini. A tuo parere oggi il suo ricordo è rispettato?
Mi chiedi della lettera di Muccino? (Ridiamo di nuovo) È allucinante. Una cosa incredibile. Non si finisce mai di imparare quanto stupidi siamo diventati. Ma anche se non fosse stato lui a scriverla, ma un “pinco pallino” qualsiasi, vuol dire che aveva ragione Pasolini ne “La Ricotta” quando mette in bocca a Orson Welles quel monologo sull’uomo medio. L’uomo medio che non capisce un cazzo. Perché? Perché non ha i mezzi culturali. Con la cultura facciamo la coscienza civile, la cittadinanza e rendiamo infinitamente più belle le nostre esistenze.
Muccino come può permettersi di dire che Pasolini ha impoverito il cinema italiano? Mi fermo solo a questa questione. C’è qualcosa che non funziona nella sua testa, ma c’è qualcosa che non funziona perché è un regista. Sa come si fanno i film o no? Se un regista contemporaneo italiano arriva a pensare che Pasolini era un dilettante, non ha capito proprio niente di cinema. è veramente l’uomo medio inconsapevole di dove sta andando il mondo. Abbiamo a che fare con dei veri stupidi. Contro questa gente bisogna lottare. Non dico di andarli ad aspettare sotto casa, ma bisogna combattere con i mezzi della cultura questo disfacimento, questa disgregazione q questo impoverimento culturale!
Perché se c’è un cinema che impoverisce e anche una musica che impoverisce, questi sono il cinema di Muccino e la musica di Dolcenera. Che tacciano e che ritornino a studiare!

E invece chi lotta, come Erri De Luca, viene processato.
Però Erri De Luca ha vinto il processo! È stato denunciato da una multinazionale francese che ha il suo team di avvocati. Questi hanno capito che c’è una legge risalente al Codice Rocco che poteva chiudere la bocca a Erri De Luca e ci hanno provato. La vicenda è finita bene e sono felicissimo per lui, perché non soltanto è una persona degna, ma è anche una persona che dice la verità. Tutti quelli che di dicono la verità devono avere una paura fottuta del potere, perché sono invisi al potere.
Pasolini diceva la verità! Cosa c’è di più veritiero del verso pasoliniano nell’Italia degli anni ’60? L’hanno ammazzato. Un paese che uccide i suoi poeti ha un futuro veramente drammatico.

Il problema è che a distanza di tempo Pasolini è stato letto anche molto male. Qualche settimana fa è uscito un articolo sull’Internazionale in cui si smonta la vecchia bugia secondo cui era a favore della polizia, bugia nata in seguito al suo famoso articolo “Il PCI ai giovani”.
Quel suo editoriale a me è sempre parso stranamente chiaro e sono sempre stato d’accordo con lui.

Con il tempo quelle parole sono a volte diventate addirittura un mezzo per giustificare prevaricazioni e ingiustizie di carattere poliziesco.
Sputo in faccia a chi dice queste cose perché sono in malafede. È chiarissimo che la polizia italiana oggi non è quella che c’era negli anni ’60. Allora era il popolo a costituirla. Oggi la polizia viene reclutata dall’esercito, non c’è più il concorso. Oggi viene reclutata direttamente dai carrieristi dell’esercito. Cosa vuol dire questo? Che si tratta di gente molto distaccata, di cittadini e cittadine italiane che hanno un’educazione professionale che li distacca profondamente dal corpo della società civile. Sono soldati.
Ad esempio, quello che è successo a Genova è stata un’orgia di violenza. È stata un’espressione di odio politico e di premeditata prevaricazione nei confronti dei civili operata da corpi militari. È stata la ferita più grave alla democrazia italiana dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È impossibile paragonare le porcherie che fa la polizia oggi con i poliziotti proletari degli anni ’60. Questo è ridicolo. Se estrapoliamo quell’editoriale di Pasolini, lo prendiamo per i capelli, lo trasciniamo all’oggi e lo sbattiamo in faccia all’opinione pubblica italiana, compiamo un gesto di gravissima menzogna, un gesto ipocrita e disonesto da un punto di vista intellettuale.

Adesso passiamo a una domanda che riguarda te. Qual è stato il primo libro che ti ha cambiato la vita?
“Voyage au bout de la nuit” di Louis-Ferdinand Céline. Viaggio al termine della notte.
Me l’ha proprio cambiata, però l’ho letto in età adulta, quando ho cominciato a leggere sul serio. Quand’ero adolescente leggevo molto di più e soprattutto ho letto Karl Marx.

I progetti per il futuro?
Il tour innanzitutto. Poi in gennaio uscirà un disco di un gruppo che si chiamerà Buñuel, come il regista. Il gruppo è composto da me al basso, da Francesco Valente alla batteria, da Xabier Iriondo alla chitarra elettrica e da Eugene Robinson degli Oxbow alla voce. Dall’ultima settimana di gennaio saremo in tournée in Italia per una decina di date.
Sarà un disco di un massimalismo, di un radicalismo e anche di una “ignoranza” inconcepibile. Come se ne facevano una volta. Hardcore anni ’90. Questo naturalmente per quanto riguarda noi, mentre per quanto riguarda Eugene è un intellettuale straordinario, ha scritto delle canzoni veramente stupende. Non vedo l’ora di calcare il palcoscenico con questo grande artista perché si tratta di un grande personaggio. Non lo conosco molto di persona e non ti nascondo che sono un po’ preoccupato. (Ridiamo ancora)

A quando invece un libro di Pierpaolo Capovilla?
Io ho ricevuto una proposta editoriale molto prestigiosa un paio di anni fa. Per convincermi mi hanno versato un po’ di soldi nel conto in banca, mi hanno dato un anticipo, io li ho spesi subito tutti e devo ancora scrivere un singolo periodo. (Ridono anche i passanti curiosi)
Comunque, scherzi a parte, arriverà perché ho preso un impegno. Ogni promessa è debito. Non voglio deludere chi mi ha fatto questa proposta. Non voglio deludere queste persone che credono molto in me, forse troppo. Sto scrivendo, ma non so quando uscirà. Sono ancora alla ricerca di una mia cifra narrativa. Quando la troverò, inizierò a scrivere come un treno.

A questo punto facciamo come a scuola. Un argomento a piacere!
Il calcio! (ride) Mi sono scoperto tifoso romanista. In realtà non mi interesso di calcio, però mi piace quando una squadra produce quel piccolo video graziosissimo sulla disabilità.

(Per chi volesse vederlo, è disponibile qui http://video.corriere.it/calcio-disabilita-luoghi-comuni-ironia-corto-isabella-salvetti/56d510b0-5ae5-11e5-8668-49f4f9e155ef )

Mi piace anche il fatto che la società della Roma abbia inventato questa cosa che si chiama “Football cares” in favore dei profughi. Mi piace quando un Totti, un capitano di una squadra, rinuncia a contratti che potrebbero dargli dieci volte i soldi che ha per rimanere dove si trova. Mi piace questa fedeltà, perché è come era il calcio quando ero ragazzo io, quando mi piaceva tanto e quando tifavo juve. Scirea, Altobelli, Bettega, Paolo Rossi e quando abbiamo vinto i mondiali ’82. Quello era un calcio che mi piaceva e mi sembra di scorgerlo ancora un pochino nella Roma, non in altre squadre.
Lo sport deve tornare a educare i nostri ragazzi. Deve essere qualcosa che serva nella formazione culturale, umana e anche civile. Se invece lo sport diventa soltanto un inseguire il denaro o il miliardario di turno, diventa come X Factor.
I media ormai sono diventati un soggetto pedagogico. A forza di calpestare la scuola pubblica, la gente si istruisce lì. Ci ritroviamo con un popolo di manipolati. I nostri ragazzi inseguono modelli sociali fortemente negativi. Il calciatore che si compra la macchina sportiva da un milione, la cocaina, gli psicofarmaci, il narcisismo sociale, sono tutte cose che non vale la pena inseguire.
Invece leggiamo, acculturiamoci, diventiamo più curiosi, cerchiamo qualcosa nella letteratura e nella poesia. Qui ci stanno raccontando che con la cultura non si mangia. La cultura è al contrario la cosa più preziosa che abbiamo. Tu puoi anche essere povero, ma se di fronte a una tela del Mantegna ci capisci qualcosa, tu sei più ricco di me.

Perfetto. Ti ringrazio Pierpaolo per questa bella intervista e alla prossima!
Grazie a te e a tutti i lettori. È stato un piacere. Andrea Micalone