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Appalti scuole, chieste 11 condanne: 8 anni all’ex manager Specchio e 2 all’ex presidente della provincia Del Corvo

Avezzano. Presunte irregolarità negli appalti per restaurare le scuole in Marsica e nella Valle Peligna a fronte di soluzioni alternative a costo zero mai valutate. Nel corso del processo a carico dell’ex manager della Provincia, Valter Angelo Specchio, e dell’ex presidente della Provincia Antonio Del Corvo, oltre che per altre 8 persone, i pubblici ministeri dell’Aquila Stefano Gallo e Roberta D’Avolio hanno chiesto dure condanne, soprattutto per quanto riguarda il manager, definito la mente dei presunti illeciti. Tutti respingono le accuse nei loro confronti.

Le condanne richieste sono, per il primo di otto anni di carcere, mentre per l’ex presidente Del Corvo due anni e dieci mesi. Le altre richieste di condanna sono arrivate per Domenico Cifani di Goriano Sicoli, un anno e 8 mesi, per i cagliaritani Stefano e Maurizio De Pascale, 2 anni e 10 mesi, per Giancostantino Pischedda, 2 anni, per Cesidio Serafini e Amedeo Figliolini entrambi di Avezzano ed entrambi ingegneri, un anno e 4 mesi, per Roland Vanni, Franco Rossano Palazzo di Foggia, 2 anni e 8 mesi e per Giuseppe Fantozzi di Celano, un anno. Del Corvo è implicato per il piano urgente “Scuole sicure”, messi in atto a seguito del terremoto dell’Aquila per mettere in sicurezza le scuole che erano inagibili. 

Secondo l’accusa avrebbe adottato l’iter di “somma urgenza” dei lavori e in tal modo avrebbe proceduto ad affidamenti diretti al posto, secondo l’accusa, di soluzioni meno costose”. A Del Corvo, è contestata l’acquisizione di un fabbricato ad Avezzano per ospitare l’istituto d’Arte “Bellisario” e l’agrario “Serpieri”, con un ingiusto profitto per la società assegnataria ignorando proposte più convenienti.

Nei confronti di Specchio, oltre alla questione degli affidamenti degli appalti, ci sono contestazioni di peculato per avere usato una macchina dell’ente a fini privati. Gli episodi contestati sono decine ma per tutti gli episodi  gli accusati si dichiarano estranei e tranquilli di aver fatto solo quello che la difficile situazione di emergenza, nota a tutti in quel periodo, richiedeva per il bene della collettività.