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Autonomia scolastica tra funzioni Stato e Regioni, lo Snals Abruzzo dice no. Frascari: giù le mani dalla scuola

Pescara. Allo Snals- Confsal, la principale sigla sindacale autonoma del mondo della scuola, l’idea piace poco, anzi per niente. Lo dice a chiare lettere il segretario regionale, Carlo Frascari, che il tentativo di questo esecutivo di dare alle singole regioni i pieni poteri in materia di politica scolastica, attraverso il noto disegno di legge, porterebbe il sistema formativo su un pericolosissimo punto di non ritorno.

“Nell’attuale discussione sull’autonomia fiscale e amministrativa potenziata di alcune regioni”, chiarisce Frascari,” la questione della gestione locale del sistema di istruzione presenta numerosi aspetti di criticità per la visione unitaria dell’intero apparato. Andiamo per ordine, partiamo dalla gestione dell’organico.

Trasformare gli organici del personale dirigente, docente e ATA in ruoli regionali, per le grandi realtà territoriali di cui si parla” aggiunge il massimo dirigente dello Snals abruzzese, ” significa sottrarre allo Stato il controllo delle professionalità e delle dinamiche sulle necessità a livello nazionale ( si pensi alla impossibilità di trasferire il personale da una regione all’altra), oltre alla complessa organizzazione con la quale si ipotizza di distinguere il personale in due tipi di ruolo: quello già in servizio resterebbe nei ruoli statali, mentre i nuovi assunti sarebbero inseriti nei ruoli regionali. Una simile diversità nello stato giuridico renderebbe difficilissima la gestione dei profili amministrativi ed economici dei dipendenti.

C’è poi”, prosegue Frascari,” la questione relativa alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Come é noto, ai sensi del Titolo V della Costituzione l’istruzione è materia concorrente, con esclusività per le Regioni di disporre, in merito alla istruzione e formazione professionale. Sorge quindi il problema, nel caso il disegno di legge dia ampia autonomia in tal senso, di introdurre, anche per i livelli essenziali delle prestazioni e dei curriculi scolastici, una marcata diversità tra le varie regioni, sia tra quelle dotate della nuova autonomia sia tra queste e le rimanenti non autonome. Appare evidente la perdita di una visione unitaria dell’intero sistema di istruzione che storicamente ha contribuito alla unificazione sociale e culturale del nostro Paese.

Diventerebbe anche assai difficile ridurre le distanze nord-sud ancora presenti nelle indagini OCSE-PISA sulle prestazioni degli alunni. Ma non é tutto. Prendiamo in esame l’aspetto relativo alle risorse economiche e l’autonomia degli istituti scolastici. La vera autonomia delle istituzioni scolastiche”, chiarisce il segretario dello Snals Abruzzo, ” poggia sulla possibilità di adattare e diversificare l’offerta formativa sulla base delle esigenze delle realtà territoriali nelle quali esse operano. Tale possibilità, prevista dalle quote di autonomia per la diversificazione dei curriculi, ha l’evidente necessità di fondi specifici oltre l’ordinario.

Con una forte differenziazione delle risorse economiche disponibili tra le varie regioni per l’istruzione, troveremmo contratta tale possibilità, già oggi difficile, da attuare con i fondi assegnati alle scuole. Il risultato, ancora una volta, sarebbe quello di ampliare la distanza in termini di efficienza ed efficacia tra le varie istituzioni scolastiche del territorio. E, a pagarne le conseguenze sarebbero, soprattutto, gli studenti delle regioni a statuto ordinario.

Da non trascurare, inoltre, l’aspetto inerente la regolamentazione del rapporto di lavoro in due fasi distinte. L’intenzione dei legislatori” continua Frascari”, ipotizza un modello a due livelli del contratto di lavoro. Una cornice nazionale, nella quale trattare gli aspetti giuridici ed economici di base per tutto il personale, ed un livello regionale con contratti integrativi che dovrebbero intervenire su alcuni aspetti specifici tra i quali una integrazione economica, sulla base di risorse regionali ancora tutte da verificare.

Gli esempi attuali dei salari del personale nelle regioni autonome Val d’Aosta e Trentino non possono essere un valido punto di riferimento da confrontare con regioni con ben altri numeri di organici. Nel caso, poi, che si potesse effettivamente realizzare un’importante differenza di salario, assisteremmo ad una migrazione interna attraverso la partecipazione in massa ai concorsi nelle regioni autonome, con risvolti importanti sul tessuto sociale e culturale delle regioni “ più povere”.

E del ruolo del Ministero cosa ne sarebbe? Non serve essere maghi”, conclude Frascari,” dai vari decentramenti ipotizzati, si ridurrebbe notevolmente il ruolo essenziale di regolazione del sistema oggi svolto dal MIUR, che diventerebbe quasi del tutto inutile non potendosi ipotizzare un Ministero dell’Istruzione del centro-sud o delle regioni non autonome, neanche se allo stesso fossero affidati solo compiti di controllo generale, non avendo la possibilità di intervenire per riequilibrare le differenze che verrebbero a manifestarsi. In sintesi, una autonomia spinta delle regioni sulla materia dell’istruzione non farebbe altro che riproporre l’Italia a due o tre velocità, certamente non in grado di competere con il resto d’Europa e del mondo. E di questo non abbiamo proprio bisogno”.