The news is by your side.

Avezzano come quinto polo del sistema universitario integrato d’Abruzzo, Ceglie e Cambise (Pd): rilanciare il territorio

Avezzano. Avezzano potrebbe diventare il quinto polo universitario del sistema universitario integrato d’Abruzzo. A dichiararlo sono Giovanni Ceglie, segretario del Pd di Avezzano e Aurelio Cambise, tra le fila del partito democratico.

“Lo scorso 11 giugno”, spiegano i due, “durante l’inaugurazione della nuova sede, in via Sandro Pertini, nei locali del Crua – ex Crab del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza a ciclo unitario quinquennale, era stata annunciata anche l’eventuale istituzione del corso di laurea in scienze e tecnologie alimentari dell’Università degli studi di Teramo”.

“Questo corso di laurea”, precisano Ceglie e Cambise, “con il raggiungimento del numero obbligatorio per legge, ossia 25, potrebbe essere attivato già dall’anno accademico 2019/2020. Ad Avezzano c’è anche l’Istituto Tecnico Agrario “Arrigo Serpieri”: una collaborazione tra scuole secondarie, Crua e Università potrebbe portare a buoni risultati in questo settore. Un corso di laurea per il settore agroalimentare darà nuovi impulsi al sistema formativo ed alla crescita dell’economia marsicana”.

“Inoltre ricordiamo al Commissario prefettizio Mauro Passerotti”, sottolineano, “di attivare un servizio di trasporto urbano continuo ed efficiente dalla stazione ferroviaria per consentire a tutti gli studenti di poter raggiungere la nuova sede del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza.  Avezzano potrebbe diventare il quinto Polo Universitario giuridico-tecnico-agrario d’Abruzzo. Tutte queste opportunità culturali vanno viste in prospettiva, se si vuole rilanciare il territorio ed evitare un continuo spopolamento o quanto meno una mortificazione continua della popolazione basata su tagli e soppressioni di servizi”.

“Le piccole realtà culturali possono anche crescere e offrire occasioni molto importanti in un momento di incertezza economica”, proseguono Ceglie e Cambise, “si pensi alle delocalizzazioni di molte aziende, ai trasporti, spesso ridotti al minimo essenziale, alle soppressioni dei cosiddetti tribunali “minori”, che, però, funzionano bene, alle continue diminuzioni di servizi sanitari, alla fuga dei cervelli in cerca di un adeguato riconoscimento culturale e professionale e via dicendo”.

“Dobbiamo essere un po’ più ottimisti”, concludono, “e un po’ più capaci di guardare lontano e di non pensare che solo altri territori possono avere quello che a noi manca. L’inerzia politica e amministrativa non può pensare di essere sempre autosufficiente: deve sapere guardare lontano e stimolare l’impegno civile di tutta la comunità”.