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Bussi, blitz attivisti davanti Montedison: stop biocidio chi inquina deve pagare (Video)


Pescara. “Ora basta! Ci hanno iniettato veleno nel sangue, facendoci bere dai rubinetti acqua contaminata, inquinando i fiumi, il mare e la terra – si legge nel volantino consegnato dagli attivisti – hanno sversato per anni, nei fiumi, una tonnellata al giorno di veleni in grado di corrodere il cemento, una tonnellata al giorno di materiali che non si distruggono, che non scompaiono, come il mercurio, e che quindi continuano ancora oggi ad inquinare, a farci ammalare, mentre loro continuano a fare profitti”. Ieri mattina davanti alla sede della Edison (ex Montedison), a San Giovanni Teatino gli attivisti della campagna Stop Biocidio hanno manifestato per ribadire, a proposito della megadiscarica dei veleni della Valpescara, che “la priorità non sono i profitti ma la bonifica del territorio e dei siti inquinati e che chi ha inquinato e inquina deve pagare”. Una trentina di attivisti indossando tute bianche e mascherine hanno mostrato e gettato della terra davanti i cancelli della sede della Edison, “simbolo dell’inquinamento del nostro territorio”. Nel corso dell’iniziativa, i manifestanti hanno distribuito volantini e materiale informativo. Numerosi gli striscioni ed i cartelli esposti, alcuni dei quali recavano le scritte “Stop Biocidio ovunque, anche l’Aimagesbruzzo si ribella” e “La vera giustizia è la bonifica”. La campagna ‘Stop Biocidio’, nata in Campania per protestare contro lo stato di contaminazione diffusa nella ‘terra dei fuochi’, è condotta in Abruzzo da una serie di organizzazioni e movimenti, tra cui Forum Acqua, Zona 22, Cobas, Unione sindacale di base, Abruzzo Social Forum e Assemblea Ambiente. Si legge in un nota degli attivisti, “più di mezzo milione di persone ha bevuto fino al 2007 l’acqua avvelenata di Bussi, dove enormi discariche e un sito industriale tutt’ora contaminato incombono sull’intera vallata del Pescara inquinata dal mercurio e altre sostanze tossiche fino alla foce. Perchè a Tollo (discarica Sogeri ) da anni sono stoccate tonnellate di sostanze tossiche incontrollate. E perchè esistono altre centinaia di siti contaminati e il 70% dei fiumi abruzzesi sono ridotti a vere e proprie fogne. In Abruzzo il ciclo dei rifiuti è controllato in regime di monopolio da soggetti privati e la raccolta differenziata dopo anni e anni a malapena è riuscita a superare il 40%, (lontano dagli obiettivi fissati dalla legislazione ). Ed ora dopo il fallimento, i soliti   chiedono la realizzazione di uno o più inceneritori . Intanto le multinazionali del petrolio vogliono imporci la deriva petrolifera con le perforazioni a terra e in mare e la realizzazione del megaprogetto di Ombrina. La strategia energetica nazionale prevede che venga costruito un mega elettrodotto ad altissima tensione che collega il Montenegro con l’Italia e che in Abruzzo prevede il raddoppio della dorsale adriatica nel tratto Villanova-Gissi, con conseguente inondazione di onde elettromagnetiche (cancerogene), impossibilità di piani di sviluppo legati al turismo e all’agricoltura, e danni diffusi visto che per mantenere un sistema produttivo ormai fallito verrà importata dal Montenegro, dove sono in progetto opere energetiche disastrose fortemente contestate dalle comunità locali”. “Il monitoraggio della salute in Abruzzo è assente: – proseguono gli attivisti – non esiste un registro tumori e i dati raccolti non sono qualitativamente in grado di effettuare un’indagine epidemiologica valida. Da un’indagine dell’ASR (Agenzia sanitaria regionale), sebbene con dati parziali, emerge che in quattro macro-aree abruzzesi (L’Aquila, una parte cospicua dell’entroterra marsicano, il litorale dell’area metropolitana di Pescara, infine i comuni di Bussi sul Tirino e Popoli), esistono un’incidenza e mortalità per tumore significativamente più elevate rispetto alla media regionale  rafforzando la tesi della correlazione salute-ambiente-territorio. Lo pseudo sviluppo industriale promesso, ci lascia in eredità solo morte: di persone, di territori, di diritti. All’inizio di questo percorso molti ignoravano le conseguenze negative che avrebbe portato tale sistema produttivo/consumistico, ma le istituzioni sapevano e hanno taciuto e colluso con tale sistema. Oggi tutti sappiamo. Ma solo dopo anni di silenzio, di inquinamento e sfruttamento selvaggio ci ritroviamo a dover spesso pagare il prezzo più alto: la vita”. Concludono infine gli attivisti nella nota, “siamo nella fase finale di un percorso disastroso che coinvolge il futuro di tutti, ma anche in una fase in cui è ancora possibile dire che futuro vorremmo e nella quale riprendersi il diritto di decidere dei nostri territori. Le istituzioni si sono dimostrate incapaci di impedire la rovina dell’Abruzzo. Non continuiamo a nasconderci dietro la crisi, dietro la delega, dietro l’impotenza. Creiamo organismi  di base e nuove reti organizzative nelle quali e dalle quali partire per autogestire le nostre vite in armonia con la natura. Ricominciamo a partecipare alla gestione del nostro territorio. Non vogliamo che i nostri figli muoiano per i profitti di qualcuno, chi inquina e ha inquinato deve pagare. Vogliamo che sia istituito un registro tumori e che sia effettuata un indagine epidemiologica in grado di valutare gli effetti delle sostanze nocive presenti in Abruzzo. Vogliamo la bonifica dei siti inquinati”.