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Fra scrittura e scena, la sicilitudine di Luigi Lo Cascio. A Pescara racconta il suo primo libro e l’esordio da regista

Pescara. “Difficile che un siciliano non abbia come tema la ‘sicilitudine'”, e se la Sicilia diventa metafora delle contraddizioni che convivono nella realtà quotidiana, in un artista come Luigi Lo Cascio questa è l’ispirazione che da un ingorgo creativo fa scaturire parole e immagini nitide, lucide, coinvolgenti al punto da creare un’atmosfera magica.

Come quella respirata al ‘Mediamuseum’ di Pescara, con Lo Cascio a raccontare a un pubblico ammaliato il suo libro “Ogni ricordo un fiore” (Feltrinelli, 2018), prima della proiezione del suo film “La città ideale” nell’ambito de “Lo schermo che pensa”, cineforum etico promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati in collaborazione con Università di Chieti-Pescara, Università di Teramo e Mediamuseum, il museo nazionale del cinema con sede nell’edificio che un tempo
ospitava il Tribunale della città.

L’attore consacrato sul grande schermo da ‘I cento passi’ e ‘La meglio gioventù’ di Marco Tullio Giordana, acclamato in teatro per rappresentazioni coraggiose come ‘La caccia’, ci regala, in questo testo costruito intorno a 230 incipit, l’entusiasmo per la vita, la curiosità verso l’altro, l’acuto spirito di osservazione, il continuo meravigliarsi di fronte a situazioni paradossali.

Istantanee di vita vissuta da un viaggiatore, in treno da Palermo a Roma, rese con linguaggio elegante, accattivante, che evoca il puro piacere sotteso al momento stesso della scrittura. Un registro sempre più raro, tanto che alcuni insegnanti, sottolinea l’autore, “mi hanno ringraziato dicendomi: è la rinascita del punto e virgola!”. “Il personaggio del libro soffre della sindrome dell’incompiutezza cronica multifattoriale, è uno scrittore che da trent’anni sta provando a scrivere un romanzo, tant’è che si sono accumulati 230 inizi”.

Quanto c’è di tuo in Paride Bruno, il protagonista del romanzo, gli chiediamo prima dell’incontro con il pubblico. “Quello che c’è di mio è qualcosa che ha a che fare con questo tratto comune di vite accelerate, vite in cui difficilmente le cose si portano a compimento, ma è soprattutto lo stile del libro; incipit per incipit sono raccontate le cose che mi colpiscono, non avevo programmato di parlare di questo o di quest’altro.

Ma mentre il personaggio vive con angoscia il fatto di interrompere continuamente, io lo vivo con molta felicità, questi 230 incipit li ho scritti gioiosamente. Ho sempre scritto per il teatro partendo da testi che conoscevo, testi colossali; ho voluto provare a vedere se fatti singoli, magari singolari, della vita di tutti i giorni, quello che leggevo sui giornali, quello che mi raccontavano, un sogno o un ricordo, potessero diventare, senza l’ingombro dei grandi autori, materia di racconto.

Mi piace moltissimo scrivere, ma ho sempre tenuto tutto per me; quando gli incipit sono diventati 70-80 ho intravisto il libro, quindi è nato il personaggio”. Diventate “anche volumetricamente una presenza”, Luigi Lo Cascio ha proposto queste prose a Feltrinelli.

“Se mi avessero detto no, magari perché è un libro troppo frammentario, il loro spunto critico forse mi avrebbe bloccato e non lo avrei mandato ad altre case editrici”. Alcuni brani del libro, per la qualità dei dettagli, ben potrebbero diventare sceneggiatura. “In questo momento per me questo è solo un libro; altrimenti le storie sarebbero già nate in forma teatrale”.

Però, se qualcuno si dovesse interessare a un’eventuale trasposizione cinematografica, ammette, “mi farebbe molto piacere, guarderei con molta curiosità questo tentativo un po’ folle”. Ed è forse proprio nel cinema che Lo Cascio porta a livelli eccelsi il suo essere profondamente siciliano.

In un’atmosfera kafkiana, “La città ideale” – film del suo debutto come regista nel 2012 dove, lui protagonista, volle accanto la madre, Aida Burruano, alla sua prima prova da attrice, e lo zio, il compianto Luigi Maria Burruano – fa emergere una visione pirandelliana del mondo: il racconto di una vicenda giudiziaria di cui non si conoscerà l’esito serve a descrivere, spiega lui stesso, “gli effetti di angoscia che sul protagonista produce la situazione paradossale in cui viene a trovarsi”, conseguente a una scelta da lui fatta seguendo intime convinzioni, e a convincerci che la verità non è e non può essere una sola.