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Infiltrazioni mafiose in Abruzzo, Chietino e Marsica le zone più a rischio. Ecco il report della Dia

Scoperti collegamenti con Casalesi, clan Falanga e clan Nardino

La relazione annuale del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia   nel primo semestre dello scorso anno, mostra che il maggiore rischio emerge per le aree della Marsica e della provincia di Chieti.

Nell’Aquilano e restante territorio regionale   non emergono elementi di attualità circa il radicamento di gruppi criminali di matrice mafiosa. Per la camorra, tuttavia, secondo il Ministero, “sono state ricondotte alcune presenze collegate per lo più al clan casertano dei Casalesi ed alle famiglie napoletane Contini, Amato-Pagano, Moccia e Mallardo, presenze funzionali, in alcuni casi, al riciclaggio dei proventi illeciti ed al traffico di sostanze stupefacenti”.

Il mercato della droga, secondo la  Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, in particolare, vede l’approvvigionamento nelle principali piazze della Campania ad opera di pregiudicati di quella regione ed il successivo spaccio da parte di soggetti locali sul territorio abruzzese, in particolare sulla zona costiera.

“Nella Marsica”, ricorda il Ministero nel report, “in alcuni campi, in particolare, nella zona del Fucino, sono state rinvenute anche alcune piantagioni di marijuana riconducibili a pregiudicati campani, contigui a clan camorristici operanti in provincia di Napoli, nella zona dei Monti Lattari”.

La provincia di Chieti, invece   è stata interessata, nel semestre in questione, da una confisca eseguita nel mese di gennaio dai Carabinieri, nei confronti di un soggetto ritenuto contiguo al clan Falanga di Torre del Greco (Na). Il provvedimento ha riguardato quattro immobili e 14 terreni ubicati tra San Vito Chietino, Villaricca (Na) e Cesenatico, di proprietà della consorte. L’indagine è stata avviata a seguito dell’arresto, avvenuto il 14 maggio 2014, dell’elemento di vertice del citato clan. In tale contesto era emerso il ruolo del suo affiliato – colpito dal citato provvedimento ablativo – quale fornitore di rilevanti quantitativi di stupefacente.

La criminalità di matrice pugliese orienta i propri interessi non solo verso i traffici di droga, ma anche verso i reati predatori. Più nel dettaglio, sono i sodalizi foggiani ed, in particolare, quelli del Gargano e di San Severo ad evidenziare una spiccata propensione al traffico degli stupefacenti, confermandosi quale crocevia anche in chiave extraregionale. È quanto emerge dall’operazione “Evelyn”, nel cui ambito, il 30 novembre 2018, i Carabinieri hanno disarticolato un’organizzazione criminale italo-albanese, con base nell’area di Vasto  , dedita al traffico di sostanze stupefacenti e alla commissione di atti intimidatori, anche attraverso l’uso di armi, per garantirsi l’egemonia sul territorio e sulle principali piazze di spaccio. Tra gli indagati figura un boss del clan Nardino di San Severo.

Il 28 gennaio 2019, nel prosieguo investigativo, gli stessi Carabinieri, coadiuvati dalla Guardia di Finanza, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, che ha riguardato un bar sito a San Salvo, intestato ad un cittadino albanese, le quote relative a società ed immobili con sedi nelle province di Chieti, Foggia e Barletta Andria-Trani e 12 auto-motoveicoli, per un valore complessivo di 1,2 milioni di euro. Quanto detto trova ampia conferma anche nell’operazione “Ultimo avamposto”, conclusa il 20 aprile 2019, che ha cristallizzato, ancora una volta, le connessioni tra trafficanti foggiani, albanesi e romeni. Il sodalizio, dedito al traffico di marijuana sulla rotta albanese-foggiana, era composto da elementi del clan Perna-Iannoli, che contava su articolazioni territoriali per rifornire, tra tutte, anche le piazze di spaccio abruzzesi, tramite articolazioni territoriali a Pescara, Montesilvano e Francavilla a Mare.

Per quanto attiene ai reati predatori, anche in Abruzzo i cerignolani hanno dimostrato un elevato livello di specializzazione. Sempre nella provincia di Chieti, si è registrata, nel tempo, la presenza di gruppi locali coinvolti nella commissione di reati di varia natura (anche nel settore ambientale), nonché di alcune famiglie rom stanziali ed albanesi.

Nella provincia di Pescara si conferma l’assenza di fenomeni delittuosi legati alla criminalità organizzata di tipo mafioso, per quanto resti sempre alto, per le caratteristiche del tessuto socio-economico della zona, il rischio di infiltrazione criminale. Da alcuni anni, tuttavia, si registra la presenza, favorita dalla vicinanza geografica, di soggetti riconducibili a sodalizi campani e pugliesi1426. Altrettanto rilevante è la presenza di una comunità rom, ormai da tempo stanziale nel capoluogo. Alcuni suoi appartenenti sono risultati talvolta coinvolti in attività di spaccio di sostanze stupefacenti, usura, gioco d’azzardo, truffe, estorsioni e riciclaggio.

Nella provincia di Teramo, alcuni criminali di etnia rom avrebbero assunto una posizioni di rilievo nella vendita di sostanze stupefacenti. Nel territorio di Martinsicuro sono stati segnalati soggetti campani e calabresi collegati ad organizzazioni mafiose. In via generale, nelle province abruzzesi si registra anche la presenza di gruppi stranieri provenienti dall’est-europeo (macedoni, ucraini e moldavi) dediti per lo più a reati predatori. Come già evidenziato, i sodalizi albanesi operano tendenzialmente in collaborazione con sodalizi locali o di altra matrice italiana e straniera.

Il 16 aprile 2019, nell’ambito dell’operazione “Rubino”, la Polizia di Stato ha eseguito 13 misure restrittive (su 76 indagati) nei confronti di appartenenti ad un sodalizio criminale, per la maggior parte composto da albanesi e romeni, operante in Abruzzo e dedito ad un vasto traffico di sostanze stupefacenti. La base logistica dell’organizzazione criminale è stata individuata in provincia di Chieti, fra Tollo e Guardiagrele; il sodalizio si avvaleva, peraltro, di ulteriori gruppi dislocati nelle province di Chieti, Pescara e Teramo. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati circa 300 chili di marijuana, kg. 90 di hashish e kg. 1 di cocaina, nonché 20.000 euro in contanti, provento dell’attività di spaccio, una pistola calibro 7,65 e un fucile a canne mozze.
I cinesi, invece, oltre allo sfruttamento della manodopera clandestina negli opifici, avrebbero intrapreso anche attività di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Si segnala, infine, anche l’operatività di soggetti di nazionalità bulgara e pakistana, attivi nella commissione di reati informatici, tra cui la contraffazione di carte di pagamento e l’accesso abusivo ai sistemi informatici.