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“Il terremoto dell’anima”, l’intervento dell’arcivescovo Petrocchi al convegno nazionale per il decennale del sisma

L’Aquila. “Ho scritto che L’Aquila non ha bisogno solo di giorni in più, ma di giorni nuovi: carichi di fertili promesse. Per sostenere questo processo, occorre tenere la mano al polso degli eventi, registrando il ritmo cardiaco della comunità”. Così l’arcivescovo dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi, intervenendo al convegno nazionale “Il terremoto dell’anima”, promosso dalla Chiesa aquilana e dalla Caritas nazionale, in corso di svolgimento all’Aquila per il decennale del sisma.

“Infatti” prosegue l’arcivescovo “non si può parlare del futuro di un popolo se non si conosce il suo passato, poiché, come scrive Primo Levi, il futuro batte con un cuore antico. La ricostruzione, per essere autentica e permanente, deve essere integrata e integrale. Integrata perché è una impresa da condursi al plurale, cioè come “noi aquilani”. La ricostruzione di una città è un’impresa di popolo. E tutti gli organismi, a livello centrale e periferico, sono chiamati a coordinarsi a servizio del bene comune: che è bene di tutti e di ciascuno. Nessun soggetto istituzionale, da solo, può dichiararsi abile
a condurre in porto quest’opera immane. Integrale perché si tratta non solo di ricostruire le strutture architettoniche, ma anche la comunità civile ed ecclesiale. Per tutti gli aquilani vale il motto: non solo ricostruire, ma ricostruirsi”.

“In questa prospettiva, risulta fondamentale che tutti gli attori istituzionali (la Chiesa, gli organismi pubblici, la scuola e l’università, la sanità, i media…) trovino forme di raccordo e intesa, che consentano di scambiare idee e strategie capaci di favorire dinamiche sananti e processi migliorativi per la vita delle persone e della popolazione” continua Petrocchi. “In sintesi, occorre mobilitare – in forme di buona sinergia – la dimensione religiosa, culturale, sociale e politica (nel senso più nobile del termine), sapendo che solo insieme, nessuno escluso, si può vincere la sfida che il terremoto ci ha lanciato. Si tratta di un’opera da mettere in cantiere, nel segno della coesione: lo dobbiamo non solo ai nostri compagni di viaggio, ma anche alle generazioni che verranno. Siamo certi che, dopo il tempo dello smarrimento e del pianto verrà presto la stagione del sorriso e della completa rinascita”.

“Il terremoto dell’anima rappresenta l’altra faccia del sisma: manifesta un volto sociale non meno devastato rispetto alle case lesionate ed evidenzia fratture spirituali ancora più gravi in confronto alle rovine materiali” continua l’arcivescovo. “Si tratta di un fenomeno difficile da registrare: occorrono sismografi spirituali, psicologici, sociali ben attrezzati; non bastano sensori occasionali, ma bisogna organizzare stazioni permanenti di rilevamento per seguire l’andamento della situazione”.

“Perciò” spiega Petrocchi “l’indagine che si limita a studiare solo le prime fasi dell’evento, per poi ridurre rapidamente l’attenzione sulla vicenda, non riesce a cogliere bene ciò che è successo e neppure come le cose si vanno evolvendo: di conseguenza, chi adotta questi sistemi intermittenti di analisi, non può approntare forme di soccorso e di solidarietà adeguate. Quello dell’anima è, in genere, un
terremoto sommerso. Si tratta di un dramma attraversato da dinamiche complesse e non raramente
contraddittorie, che presentano criticità laceranti e di lunga gittata”.

Petrocchi paragona questa situazione a un “materiale radioattivo considerato pericoloso, sbrigativamente gettato in un lago”. “Al momento del lancio” spiega “si nota un movimento convulso di onde anomale, ma poi il materiale viene inghiottito dalle acque e scompare. Apparentemente non c’è più: in realtà è stato solo coperto dalla massa liquida, ma resta depositato nel fondo. E da lì, in modo ancora più insidioso perché non consapevole, continua ad esercitare la sua azione negativa. Mano a mano l’effetto nocivo delle radiazioni comincia a manifestarsi nell’ambiente che circonda il lago, coinvolgendo zone sempre più ampie del territorio. Gradualmente, nella vegetazione e sugli animali come anche nel contesto umano, compaiono i segni di un degrado e di un progressivo malessere, che si annunciano come sintomi di patologie disadattanti. Questi effetti, non riconosciuti come prodotti dalle radiazioni – che sono invisibili – vengono attribuiti a fattori esterni”.

“Alcune problematiche spirituali, psicologiche e relazionali provocate dall’effetto-terremoto, che si annidano nell’anima, non vengono intercettate e, di conseguenza, scivolano nei sotterranei della coscienza, individuale e collettiva, e lì finiscono per cronicizzarsi ed aggravarsi, influenzando gli stili di pensiero, il mondo delle emozioni e la tipologia delle scelte” continua l’arcivescovo.

“Vorrei accennare ad alcune dissonanze comportamentali che tendono a comparire dove il trauma del terremoto non è stato sufficientemente focalizzato e metabolizzato: l’aumento della irritabilità e dell’aggressività; l’abbassamento della soglia di sopportazione; la tendenza potenziata a scaricare le colpe sugli altri; la dilatazione dell’indice di pretesa; l’incremento della litigiosità sociale; la crescita della conflittualità e di maltrattamenti in famiglia; la instabilità nelle relazioni produttive ed economiche. Inoltre, la chiusura dei tradizionali luoghi di ritrovo, come piazze ed edifici pubblici, comporta un annebbiamento nella percezione della propria identità culturale e, quindi, un indebolimento del senso di appartenenza alla gente del posto. Questo fatto si constata soprattutto tra i giovani” sostiene Petrocchi.

Secondo il cardinale, “anche la inagibilità delle chiese, importanti sedi assembleari, provoca non solo un abbassamento della pratica religiosa, ma anche un più generale disorientamento aggregativo: infatti, l’indebolimento nell’approccio di fede e negli indirizzi valoriali non aiutano le persone a gestire le contrarietà della vita e a dare significato positivo alla propria storia. Un capitolo a parte, che esige considerazioni specifiche, sono alcuni fenomeni di devianza che risultano statisticamente moltiplicati nella frequenza, ad esempio l’abuso di alcol, l’assunzione di stupefacenti, il gioco
d’azzardo, le condotte violente”.