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L’Aquila 2009, una lezione mancata: l’ex sindaco Cialente ripercorre fatti e sbagli a 10 anni dal sisma

L’Aquila. “Mi colpì l’immagine nitidissima che ho ancora negli occhi dell’enorme nuvola giallo-arancione che avvolgeva il centro storico della città, come un fungo atomico. ‘L’Aquila è finita’, gridai”. Non è solo un diario, un flusso ininterrotto di pensieri, ma soprattutto una testimonianza ‘in prima linea’ il libro “L’Aquila 2009. Una lezione mancata” che Massimo Cialente, sindaco del capoluogo abruzzese dal 2007 al 2017, ha scritto in occasione dei 10 anni dal tragico terremoto del 6 aprile.

In libreria dal 28 marzo con Castelvecchi, il libro – a cura di Antonella Calcagni- racconta i drammi personali e politici che il primo cittadino ha vissuto sulla sua pelle e propone al lettore una riflessione su cosa l’Italia e gli italiani abbiano imparato dopo la terribile esperienza del sisma aquilano. Se dopo 10 anni l’Aquila fatica a ritrovare la propria identità e la ricostruzione non è ancora stata completata, se – anche alla luce degli altri disastri naturali che purtroppo sono accaduti – ci ritroviamo sempre a gestire l’emergenza e mai a prevenirla, se ancora il Paese non ha investito quanto avrebbe dovuto per salvaguardare il patrimonio edilizio e artistico, è evidente che in Italia resta più di un problema sul fronte della sicurezza.

Tra le pagine, densissime anche di momenti toccanti, tutto è narrato con attenzione: dalle prime scosse di gennaio al crollo del 6 aprile, dal funerale delle 309 vittime all’avvio della ricostruzione, e poi le New Town, la lotta alla burocrazia, i movimenti di protesta e il rapporto mai facile con il Governo. Cialente fa i nomi, riporta gli eventi con tutti i dettagli, le date, gli orari, le persone presenti e quelle assenti: il suo è un resoconto preciso, quasi come se volesse ricordare ogni minimo particolare prima a se stesso e poi agli altri. L’obiettivo è non tralasciare nulla, neppure quei tanti attacchi ricevuti che lo hanno cambiato per sempre e nemmeno quel senso di abbandono da parte delle istituzioni che ha sentito forte: perché, scrive, “il Parlamento e il Governo passano il cerino ai sindaci, è sempre così. Non danno loro risorse, ma responsabilità”.

Il tono in tutte le pagine è appassionato, commosso, a volte risentito ma mai sopra le righe: quello che emerge è quanto il primo cittadino abbia impegnato ogni energia per aiutare la sua comunità, anche facendo errori ma sempre mettendoci la faccia, e non solo per via della sua carica istituzionale, ma per dovere civico e senso di umanità. Non mancano considerazioni forti, con la disarmante sensazione di sentirsi “al centro di un grande show, o meglio, di un derby calcistico. Da un lato, il governo, alcune reti televisive, alcune trasmissioni e alcuni giornali usavano la nostra tragedia per raccontare e fare audience e creare consenso per il governo: tutto perfetto, tutto bellissimo, tutto risolto e ricostruito.

Dall’altro, gli oppositori del governo e gli oppositori di Berlusconi attaccavano, affermavano che era tutto sbagliato, poco trasparente, che vi erano imbrogli e inefficienze. Noi, i terremotati, eravamo schiacciati in mezzo, tra la curva sud e la curva nord”. In questa grande tragedia italiana, quello che più rammarica l’ex sindaco è aver constatato più volte una sorta di dilettantismo delle istituzioni: “Non una legge, non un finanziamento certo, non una governance condivisa”, scrive Cialente, sottolineando di fronte all’emergenza le tante, troppe “risposte improvvisate, raffazzonate, contingenti e sempre legate o comunque contaminate da interessi particolari, se non altro politici”.

Nel libro c’è spazio per un ultimo, necessario, appello affinché si compia finalmente una scelta decisiva, insieme culturale e politica, di “elaborare un grande piano, ultradecennale, con un grandissimo investimento economico, che sia accurato, serio, trasparente, efficace ed efficiente” e garantire così la sicurezza di tutto il Paese.