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L’Aquila a 7 anni da quel fatidico 6 aprile: la vita di uno studente universitario ieri e oggi

L’Aquila. Cala la sera sull’Aquila e i paesi che l’abbracciano. I teloni delle impalcature, come rande di una nave, si gonfiano al vento. I raggi obliqui di un sole caldo abbandonano le gru, sagome scure dietro il cielo profondo. Nel IMG_0936silenzio della sera si accendono le prime fiaccole, in ricordo di chi non c’è più.

Un’angoscia sottile si insinua nelle mie giornate quotidiane, un senso di vuoto che sottostà ad ogni mia azione; la vivo ormai inconsciamente, come un acciacco perpetuo. Forse, la stessa subdola angoscia che scivola nei giovedì sera lungo le vie del centro, tra alcool e stordimento.

Ho diciannove anni, dell’Aquila ho nostalgia di ciò che non ho avuto e di ciò che non ho vissuto. Che cosa mi inquieta? Forse il fatto di non avere più la casa in cui sono cresciuto, di camminare nelle strade vuote in cui non trovo più un senso. Sento di vivere nel caos; l’università con i suoi stimoli e le sue amicizie è la mia unica isola felice.

Le città nacquero tra le prime comunità come roccaforti contro la precarietà del mondo, come orgogliosa costruzione umana che vegliasse su chi le abitava; le mura che la proteggevano erano opera degli dei, perché solo esseri perfetti avrebbero potuto compiere una simile impresa. La città era insomma il saldo appiglio dell’uomo contro il fato. IMG_0942Quando la città cade, gli uomini non hanno più appigli: dopo quella notte di aprile il caos del mondo è dilagato all’Aquila, oggi città frammentata in periferie vuote, priva di qualsiasi centro unitario; sono pochissimi i luoghi di incontro e di socialità, ed i paesi del cratere vivono in una realtà stagnante.

Ma le crisi sconvolgono, e costringono a reagire. Io non mi arrendo, noi non ci arrendiamo. Il senso di vuoto e il futuro incerto non ci fermeranno. Il miglior modo per onorare chi non c’è più è non rinunciare a vivere. Quegli edifici infagottati rivedranno presto l’antico splendore, tra le vie del centro torneranno finalmente a passeggiare anziani e famiglie. Alcune chiese e monumenti di questa splendida città già donano il loro conforto con una rinata bellezza. Venti di innovazione soffiano sulle piazze e negli auditorium di una città prima chiusa e provinciale, grazie alle forze pulsanti delle tante associazioni sorte dopo il sisma. E soprattutto, noi ragazzi continueremo ad uscire, nonostante i cantieri aperti, nonostante tutto. Animeremo i locali e le piazze, fin nei vicoli più angusti: e la prepotenza della vita finalmente trionferà. @DiegoRenzi