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Lettera a un cane che non c’è più: Pupa ha attraversato il ponte dell’arcobaleno circondata dall’amore della sua famiglia

Città Sant’Angelo. Pupa se n’è andata. Pupa non c’è più. E io non riesco a consolarmi. Dodici anni di vita insieme, un pezzettino, se ci penso, eppure un tragitto che ha lasciato dietro di sé una scia interminabile di ricordi e condivisioni, stelline luminose che mai si spegneranno nel mio cuore. 

Pupa non poteva più camminare, le zampe erano divorate da un’artrosi spietata. Cure su cure, piccoli interventi con acido ialuronico, integratori per farle trovare un po’ di sollievo avevano tragicamente fallito. L’udito l’aveva quasi abbandonata. Problemi cardiaci l’affligevano e, probabilmente, un nemico silenzioso, un tumore a una mammella, l’aveva invasa. Non riusciva più ad alzarsi, nemmeno per fare i bisogni. Ma mai avrebbe voluto lasciarci, anche se soffriva, sempre con dignità.
Fino alla fine, i suoi grandi occhi lucidi rispecchiavano tutto il soffio vitale. Non dimenticherò mai quello sguardo intelligente e pieno d’amore.

Il mio cuore e la mia mente corrono al maggio 2008, quando la trovai abbandonata davanti a un cancello. Sola, impaurita, denutrita, debilitata. Quante ne abbiamo passate in 12 anni! Un percorso costellato da traguardi universitari e lavorativi, ma anche da tanti piccoli, grandi dispiaceri. Sapere che c’era lei, forte come una quercia, imponente e rassicurante come solo un cane corso può essere, mi dava conforto. I suoi dolci baci erano una certezza.

Una scelta d’amore me l’ha portata via ieri, 15 febbraio: il giorno dopo San Valentino, perché questo sentimento conosce infinite declinazioni. Con la sofferenza nel cuore, tre iniezioni hanno messo il punto sulla sua esistenza. L’eutanasia le ha restituito la tranquillità. Vigile fino alla fine, coccolata dalle mie carezze, è scivolata in un sonno perpetuo. Chissà cosa avrà visto mentre la sedazione la cullava, mentre i dolori sembravano placarsi. Sul suo muso, una serenità che ti rappacifica con i sensi. Sembrava dormisse, come amava tanto fare nella sua calda e morbida cuccia.

Un sentito, profondo ringraziamento ai veterinari che l’hanno curata e aiutata: Paolo, Luca, Franco e Tommaso.

Solo chi ha conosciuto la fedeltà di un animale può comprendere il dolore che si prova: è come se una parte del cuore si lacerasse all’improvviso, si riducesse a brandelli, morisse con lei, e l’accompagnasse nell’ultimo viaggio.

Le lacrime rigano le mie guance e non vogliono arrendersi all’evidenza. Lei, però, vivrà sempre nella mia anima. Non sarà mai dimenticata. Era il mio cane. Si chiamava Pupa. Che ora corre felice, sul ponte dell’arcobaleno. (Rossella Pucci)