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MyZona #1 – Dove la luce contempla ancora il lago scomparso, il percorso di San Giorgio a Celano

È l’immagine della forza del bene che vince sul male. È l’immagine di un valoroso cavaliere che uccide un drago, mettendo in salvo una principessa. È la luce che sovrasta il buio. Con questa suggestiva introduzione riferita al percorso di San Giorgio a Celano (AQ), inauguriamo una rubrica dedicata ai luoghi d’Abruzzo: quelli più popolari, raccontati però da una prospettiva intima e originale, di chi li ha vissuti; o quelli che diamo per scontati, perché pensiamo siano straconosciuti, quando invece hanno una visibilità molto locale. O quelli “dietro casa”, di cui trascuriamo il racconto, perché  “figurati se a qualcuno interessa di quella piazza o di quel paesino sperduto!”.

Proprio questo, invece, è lo spirito di MyZona, la nuova app dedicata ai propri luoghi del cuore, che ci accompagna in questo progetto e che vogliamo caldamente raccomandare a tutti i nostri lettori. (download qui per Ios – download qui per Android)

A Celano, in provincia dell’Aquila, custodito tra le rocce di Colle San Vittorino, a un’altezza di 1188 metri, ci sono quelli che ormai sono solo resti di un dipinto dedicato a San Giorgio (se ne attende un restauro ormai da anni).

Il sentiero, (CAI 11B), che lo raggiunge, non è particolarmente faticoso ma necessita quantomeno di scarpe adeguate alle salite su un sentiero a tratti sdrucciolevole, che si intreccia in passaggi tra le rocce, contemplando un paesaggio suggestivo che “porta a galla” un lago che ormai non c’è più.

Trovare l’imbocco del sentiero non è difficile. Per chi ama camminare e si concede del tempo lontano dalle chat e dalle chiamate sul cellulare basta lasciare l’auto direttamente in piazza IV Novembre. Si sale in direzione della chiesetta degli Alpini, su una strada con le incisioni della via Crucis facilmente riconoscibile. Dallo spiazzo della chiesetta, con la struttura alle spalle, si vede chiaramente la cresta della montagna.

Il sentiero si svicola tra vecchi stazzi, dove ancora oggi i pastori allevano pecore e capre, osservate da fedeli cani pastori. E lì su, di capre, è facile incontrarne… Quando si ha la fortuna di vederle, si assiste al loro spontaneo e naturale andare tra sassi e rocce, meno accessibili all’uomo. Il dislivello non è eccessivo, il percorso è tutto segnato sia dai colori Cai bianco-rosso sulle rocce, sia da delle piccole installazioni, realizzare dal Cai insieme all’Avis locale.

Si tratta di un sentiero molto suggestivo: un percorso di luce che sarà sicuramente apprezzato da chi ha bisogno di respirare natura, silenzio ma anche storia.

Un sentiero da fare sempre in compagnia e da non lasciare mai. Considerato che a metà del cammino, che non supera la mezz’ora, ci si affaccia sulle Gole di Celano. Affascinante contemplarle da un punto che le rileva nella loro bellezza di canyon, tra i più belli d’Italia.

Le Gole di Celano

Se lungo la salita ci si concede una pausa, con la montagna alle spalle, magari durante una passeggiata pomeridiana in un periodo invernale come questo, è facile trovarsi di fronte un immenso quadro, composto di nebbia, che ricorda l’antico lago.

Un lago che non c’è più, prosciugato nel 1800, che è stato costretto a evaporare la sua luce.

La nebbia su quello che una volta era il letto del Lago del Fucino

Una luce che oggi quasi abbaglia chi sale qui, sui monti che circondano il suo antico perimetro. Sulla sinistra si vede Aielli, con alle spalle l’impianto delle pale eoliche; a destra Avezzano e di fronte, “al di là delle acque”, ci sono Trasacco e gli altri paesi della Marsica. Senza nebbia è tutto facilmente visibile.

Custodi del sentiero, che si svincola lì dove un tempo vivevano monaci benedettini, sono rimasti i grifoni. Se si sale in silenzio, come si dovrebbe fare in luoghi come questo, e ogni tanto si alza il naso all’insù, non sarà difficile vederli planare. Un volo stabile, rassicurante, troppo spesso infastidito da fuochi d’artificio e dai rumori dell’uomo; ma un volo che lascia un senso di pace e di rassicurazione. I grifoni accettano i loro ospiti. Sempre.

Il Castello di Celano, in provincia dell’Aquila

La leggenda legata a San Giorgio

Nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine si narra che nel lago della città di Selem, in Libia, vi fosse un drago che uccideva chiunque incontrasse. Il popolo, per tenerlo a bada, lo sfamava con dei capi di bestiame. Quando questi però iniziarono a scarseggiare furono costretti a tirare a sorte tra i giovani. Un giorno, la scelta cadde sulla figlia del re. Il coraggioso cavaliere Giorgio aiutò la principessa a mettersi in salvo, riuscendo a catturare il drago, ferendolo con la lancia. Lo portò così in città invitando la popolazione a convertirsi a Cristo. Quando gli abitanti ebbero il battesimo, Giorgio uccise la bestia.

È una storia antica, tramandata nei Secoli, molto diffusa ai tempi delle crociate soprattutto tra i cavalieri inglesi e francesi. San Giorgio divenne così il simbolo della lotta contro il male, contro il demonio.

E ci piace pensare che proprio per questo fu dipinto su quella parete, tra le rocce, proprio sotto il Monte San Vittorino. Quando ci si arriva al cospetto, si rimane senza fiato. Perché in un’epoca dominata dal traffico, dagli smartphone, dai contatti immediati e pigri del tutto e subito, delle auto parcheggiate davanti ai cancelli delle scuole per non fare nemmeno due metri a piedi, dei social infestati di insulti… Ci si ritrova di fronte al simbolo del bene che sovrasta, abbaglia, uccide, annienta il male.

Dipinto lì, tra le rocce. Da chi, non è noto. Ma si suppone da monaci benedettini, gli unici a salire su quelle rocce prima dei pastori e dei loro animali.

Provate a immaginare il silenzio delle montagne, la loro pace, il respiro delle loro anime.

Il dipinto che raffigura San Giorgio, in attesa di un restauro

Una volta lì su o si continua salendo sul Monte San Vittorino (ma in inverno bisogna essere particolarmente attenti perché è facile scivolare sulle rocce bagnate) oppure si torna indietro. Se si prosegue sono diversi i percorsi da scegliere. Uno tra questi è quello che sale fin su alla punta della Serra (Monte Tino 1923 metri). È il monte dove il terribile Federico II salì per distruggere la Celano medievale…

Ma questa è un’altra storia…