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Parla l’infermiera violentata per ore: “lui non doveva stare in quella struttura”. E tra qualche anno uscirà

La donna chiede giustizia: "i responsabili devono pagare". Il giovane ha ottenuto la riduzione della pena

Avezzano. “Voglio giustizia, lui non doveva stare lì ma in una struttura detentiva  e tra qualche anno uscirà. I responsabili devono pagare”. Rompe il silenzio  l’infermiera marsicana  finita  sotto scacco per ore delle violenza messa in atto da un giovane straniero ospite di una struttura residenziale psichiatrica della Marsica. Secondo la donna, che è intervenuta anche in t per raccontare la sua storia, un criminale recidivo e che aveva già violentato non doveva e non poteva essere lì, ma in una struttura di sicurezza con personale armato.

Lo sconto di pena per il rito abbreviato è arrivato per lo stupratore  Enriges Kavalli, albanese 21enne, era accusato di violenza sessuale, rapina, sequestro di persona, lesioni e porto abusivo di armi. La condanna è stata emessa è stata a  7 anni di reclusione grazie allo sconto del rito abbreviato e a una serie di attenuanti. “Lui ha avuto degli sconti per il rito abbreviato”,  ha affermato l’infermiera a Mattino 5, “ma per me di sconti lui non ne ha fatti, non ha avuto nessuna pietà”.

Si è finta morta per potersi salvare. Il racconto è agghiacciante e solo ora si è decisa a parlare dopo tre anni di silenzio, da quel 24 ottobre del 2016 quando fu sequestrata e portata in una via di campagna dal suo aguzzino sotto la minaccia di un coltello, per essere violentata e accoltellata per più di due ore.

Le fasi dell’aggressione sono sconcertanti. “Eravamo io e la mia collega a fare il turno di notte”, ha raccontato, “lui è uscito dalla camera ed è rientrato con un coltello. Ha preso del nastro che usavamo per le medicazioni ci ha imbavagliato  e ci ha detto di seguirlo. Si è messo alla guida della mia macchina,  ha preso una stradina di montagna e ho subito ore di  violenza. Mi ha stuprato ma allo stesso tempo  mi accoltellava, mi accoltellava e rideva. Mi ha lasciato lì e se n’è andato. Ero scalza, nuda e sanguinante. Pensavo che sarei morta dissanguata”. “E’ entrato nella nostra struttura accompagnato da due agenti e in manette”, ha ricordato la donna, “non poteva stare lì libero, dopo aver compiuto già un’altra violenza sessuale”.

Non è stato accusato di tentato omicidio il giovane. “Forse dovevo morire affinché fosse inflitta una condanna per quella accusa”, ha affermato la donna, “a distanza di tre anni ho deciso di parlare perché io sono una sopravvissuta. Sono salva per miracolo e so cosa significa morire per mano di un uomo”.

Ma lui voleva finirla. Il giovane, secondo il racconto della donna è infatti tornato più tardi in quel campo, probabilmente a finirla, ma lei si è finta morta e si è salvata. Secondo lei, però, non doveva essere in una struttura di riabilitazione senza personale di sorveglianza armato.

Il futuro per lei ora è difficile ma non si arrende. Ho subito violenza da parte di questa persona ma non è la violenza del momento la cosa più atroce: è il dopo, quello che ci portiamo addosso. La mia vita da allora è cambiata e ora è venuta fuori la rabbia e la forza di lottare per la famiglia, per i nostri figli.  E’ giusto fare le leggi”, ha aggiunto, “ma bisogna anche che queste leggi vengano attuate. Dobbiamo aiutare le donne a denunciare. Le istituzioni lo devono a noi, alla società, ai nostri figli”. E’ in corso un procedimento penale per accertare le cause della presenza del giovane nella struttura riabilitativa e verificare eventuali responsabilità.