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Pozzi contaminati a Rapino da scarichi dell’ex conceria Sagifur, condannati a 2 anni esponenti aziendali

I due sono accusati di disastro ambientale colposo

Chieti. Il giudice del Tribunale di Chieti Isabella Maria Allieri ha condannato a due anni e due mesi di reclusione ciascuno Giammario Salvatore, legale rappresentante fino a ottobre del 2005 e amministratore di fatto nel periodo successivo della conceria di pelli Sagifur di Rapino, e Antenore Gambacorta, liquidatore della ditta da ottobre del 2005: erano entrambi accusati di disastro ambientale colposo e adulterazione di acque. Il giudice li ha anche condannati al risarcimento dei danni in separato giudizio alle parti civili ovvero il Comune di Rapino ed un privato il cui pozzo venne contaminato. I fatti risalgono al 2011.

Il processo è nato dalle indagini che portarono al rinvenimento di concentrazioni ampiamente superiori ai limiti
tabellari di sostanze cancerogene, dicloropropano, tricloetilene e di tetracloroetilene, solventi organici rinvenuti
a valle dello stabilimento Sagifur e finite nella falda acquifera sottostante il sito della conceria a causa, sostiene
l’accusa, di una negligente ed imprudente gestione dell’impianto di depurazione in cui venivano riversate le
acque generate dal ciclo produttivo e nelle quali i solventi, utilizzati nelle fase di lavorazione delle pelle,
venivano trascinati senza essere sottoposti al ciclo di depurazione. Quanto all’accusa di aver adulterato le acque
rendendole pericolose alla salute pubblica, sostanze inquinanti vennero rinvenute in alcuni pozzi della zona, a
valle della Sagifur, e ciò indusse il sindaco ad emettere due ordinanze, a giugno del 2011 e a maggio del 2012,
che vietavano l’utilizzo dell’acqua dei pozzi su tutto il territorio comunale per la durata di 6 mesi.