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Quattro italiani rapiti in Libia, dipendenti di una società che fa capo a nota famiglia pescarese

Pescara. Quattro italiani sono stati rapiti ieri in Libia. Gli uomini sono dipendenti della società di costruzioni Bonatti con sede a Parma ma controllata dal gruppo Igefi di proprietà della famiglia Di Vincenzo di Pescara. Si tratta di quattro tecnici – Gino Pollicardo (ligure), Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, residenti in Sicilia (Enna e Siracusa) e nelle province di Roma e Cagliari  sarebbero sono stati rapiti a Zuaia, nei pressi del del compound della Mellitah Oil Gas Company, il principale socio dell’Eni, città a nord-ovest del paese sotto il controllo delle milizie islamiste. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa locale Afrigate i quattro ” stavano rientrando dalla Tunisia”. ll rapimento è stato confermato dalla Farnesina. In Libia la Bonatti svolge assist+++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ''Freedom for Gino, Filippo, Salvo e Fausto''. E' questo il messaggio apparso nel compound di Wafa, il secondo centro della Libia dove lavora l'azienda parmigiana della Bonatti. Lo striscione è stato fotografato e postato su facebook da alcuni colleghi dei quattro tecnici rapiti, fra di loro Manuel Bianchi che scrive ''Quello che è successo in Libia oggi poteva benissimo accadere a me fino ad un anno fa  ha commentato su facebook - Ci si reca in quei posti solo per lavorare e non per divertirsi; per farvi arrivare il gas con il quale vi riscaldate in inverno, con il quale vi raffreddate in estate (ebbene si) e con il quale vi fate da mangiare tutto l'anno. Per cui questa volta non ammetto "se la sono cercata", ma solo #Solidarietà''.enza e manutenzione alla stazione di compressione che manda gas in Italia, nei mesi caldi della caduta di Gheddafi, l’azienda ha dovuto far evacuare il personale ma nel settembre 2011 è tornata subito operativa grazie al lavoro dei suoi quadri libici che avevano gestito gli asset e preparato il terreno al rientro. Per il ministro degli esteri Paolo Gentiloni è difficile fare ipotesi sugli autori del rapimento. Secondo fonti militari citate da al Jazeera, i responsabili potrebbero essere miliziani armati vicini a Jeish al Qabali, l’Esercito delle tribù, ostili a Fajr Libya, la fazione islamista che ha imposto un governo parallelo a Tripoli che si oppone a quello di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale. Gentiloni precisa che l’Unità di crisi della Farnesina sta lavorando con urgenza.”L’Unità di crisi si è immediatamente attivata per seguire il caso ed è in contatto costante con le famiglie dei connazionali e con la ditta Bonatti”, dice. “Come noto in seguito alla chiusura dell’ambasciata d’Italia in Libia il 15 febbraio, la Farnesina aveva segnalato la situazione di estrema difficoltà del Paese invitando tutti i connazionali a lasciare la Libia”. Mellitah è il punto di partenza del gasdotto Greenstream, il più lungo d’Europa, minacciato da mesi dai combattimenti e dall’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico. Greenstream, gestito per tre quarti dall’Eni e per un quarto dalla Noc, la Compagnia nazionale libica, è un gioiello ingegneristico realizzato nel 2004, 520 chilometri affogati nel Mediterraneo fino a una profondità di 1.200 metri, un investimento di 7 miliardi metà dei quali messi dall’Eni. ”Freedom for Gino, Filippo, Salvo e Fausto”. E’ questo il messaggio apparso nel compound di Wafa, il secondo centro della Libia dove lavora l’azienda parmigiana della Bonatti. Lo striscione è stato fotografato e postato su facebook da alcuni colleghi dei quattro tecnici rapiti, fra di loro Manuel Bianchi che scrive ”Quello che è successo in Libia oggi poteva benissimo accadere a me fino ad un anno fa ha commentato su facebook – Ci si reca in quei posti solo per lavorare e non per divertirsi; per farvi arrivare il gas con il quale vi riscaldate in inverno, con il quale vi raffreddate in estate (ebbene si) e con il quale vi fate da mangiare tutto l’anno. Per cui questa volta non ammetto “se la sono cercata”, ma solo #Solidarietà”.