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Quel che resta dell’home working: tra maggio-giugno il 40% è tornato in sede

Dall’1,2% di occupati in modalità agile nel pre- pandemia si è passati all’8,8% nei mesi di lockdown. Quota che attualmente si attesta al 5,3%. È il bilancio dello smart-working in Italia secondo il report elaborato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro che ha tracciato anche il profilo dei lavoratori potenzialmente occupabili da casa

Redazione – Superata la fase emergenziale, tra maggio e giugno, quasi il 40% del personale delle aziende con più di due addetti, occupato in modalità agile durante il lockdown, è tornato in sede. E se nei mesi di emergenza piena (marzo-aprile) la percentuale di lavoratori che ha sperimentato l’home working si è attestata all’8,8% (a fronte dell’1,2% degli occupati in tale modalità nel pre-pandemia), nel bimestre maggio-giugno è scesa al 5,3%. Questo, dunque, quel che resta, con il ritorno a regime della gran parte
delle attività, del più rapido esperimento di lavoro da casa nel nostro Paese che ha interessato soprattutto le aziende del Nord-ovest e di grandi dimensioni, rispetto a quelle più piccole e con sedi operative nel Centro o Sud Italia.

A fornire un primo resoconto è il report della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Tempo
di bilanci per lo smart working. Tra rischio retrocessioni e potenzialità inespresse”, realizzato a partire
dai dati Istat. In particolare, è nel settore dell’informazione e della comunicazione che si è registrato
l’incremento più alto (28,2 lavoratori in smart working in più ogni 100 dipendenti): durante il blocco delle
attività ha lavorato da casa la metà dei dipendenti (48,8%), mentre tra maggio e giugno la percentuale si è
collocata al 33,2%. Meno estesa, ma sempre rilevante la crescita del lavoro agile in altri settori, come
l’attività professionale, scientifica e tecnica (l’incidenza tra i dipendenti aumenta di 16 dipendenti in più
ogni 100); il settore finanziario e assicurativo (+14,1); il settore delle public utilities (+13,9). È poi nelle
aziende più grandi, con oltre 250 addetti, che lo smart working si è maggiormente consolidato, con una
crescita di 20,2 dipendenti ogni 100 durante il lockdown. Di contro, tra le piccole l’impatto è stato minore,
con un aumento di 3,4 lavoratori tra le piccolissime (3-9 addetti) e di 5,7 tra le piccole (10-49 addetti).
Passando al profilo dei lavoratori occupabili in modalità agile, secondo le elaborazioni della Fondazione
Studi, che ha utilizzato una metodologia innovativa, sarebbero 3,8 milioni (pari al 21,1% del totale) i
dipendenti di aziende private e organizzazioni pubbliche occupabili in modalità agile.

Si tratta di lavoratori
per cui, con riferimento all’attività svolta e al contesto di lavoro in cui si è soliti lavorare, non è necessaria
la presenza in sede. In cima alla graduatoria, per numerosità, vi sono gli impiegati addetti alla segreteria e
agli affari generali (1,2 mln di lavoratori), seguiti, ma a notevole distanza, da tecnici dell’organizzazione e
dell’amministrazione delle attività produttive (515 mila) e gli specialisti delle scienze gestionali e
commerciali (399 mila). Con riferimento al profilo dei lavoratori, invece, sono soprattutto le donne a
risultare potenzialmente più occupabili secondo tale modalità (2,1 mln, pari al 25,8% su totale delle
occupate, contro un valore per gli uomini del 17,2%), lavoratori istruiti (si passa dal 10,2% dei diplomati
al 35,7% dei laureati) e residenti nel Centro Italia (23,5%). Guardando ai settori dove c’è maggiore
possibilità di utilizzo del lavoro agile: servizi di informazione e comunicazione (81,7% dei dipendenti);
finanziario assicurativo (76,1%) dei dipendenti. Per tutti gli altri, invece, l’estensione dello smart working
interesserebbe meno della metà dei dipendenti. Nella pubblica amministrazione, difesa e assicurazione
sociale sarebbero il 36,5% i lavoratori impiegabili secondo tale modalità. “Non c’è da sorprendersi se con
l’avvio della Fase 3 circa la metà dei lavoratori ha ripreso a lavorare in sede. Le aziende sono arrivate del
tutto impreparate rispetto alla ‘sfida’ dell’home working.

Una modalità di lavoro non del tutto radicata nel nostro Paese” spiega il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca. “Basti pensare che in una fase d’emergenza come quella che abbiamo vissuto molte aziende prima di ricorrere al lavoro agile hanno preferito utilizzare altri strumenti di gestione della forza lavoro come, ad esempio, le ferie. Dobbiamo però fare in modo che l’esperienza di questi mesi non vada persa rendendo il lavoro agile più funzionale anche per quanto riguarda la valutazione della prestazione lavorativa, la verifica dei risultati,
la sicurezza sul luogo di lavoro”, ha infine concluso.