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Risulta positiva al Covid19 e dopo 4 giorni dà alla luce il suo secondo figlio: “Grazie alle persone meravigliose che ho incontrato”

Trasacco. “Quando sono venuti a prendermi pensavo solo alla mia bambina, volevo che non si svegliasse. Volevo non mi vedesse salire sull’ambulanza da sola. Non è abituata a dormire senza di me, ero preoccupata mi cercasse al suo risveglio e non trovandomi, si preoccupasse. Nemmeno io credevo di avere tutta la forza che invece ho tirato fuori. Per me, il bambino che avevo nella pancia, la mia bimba che era rimasta a casa ad aspettarmi, per la mia famiglia. Dopo il parto, non ho visto mio figlio per quattro giorni, è stato un incubo”.

Domenica Persia è di Trasacco, ha 28 anni, è dipendente di un’agenzia interinale con cui da qualche anno lavora in una multinazionale del territorio. Qualche giorno fa ha dato alla luce Giuseppe, il suo secondo figlio. Quattro giorni prima aveva saputo di aver contratto il Covid. Aveva già un cesareo programmato, per il 14 novembre, all’ospedale di Avezzano, ma per via della sua positività al Coronavirus, per lei si è subito attivata una macchina burocratica che anticipasse i tempi e facesse nascere il suo bimbo il prima possibile.

Giuseppe è nato all’ospedale dell’Aquila e quella che racconta Domenica è una storia meravigliosa, fatta di coraggio e di persone straordinarie, incontrate su una strada piena di nebbia e incertezza, che lei però non ha avuto timore di imboccare, pensando solo ai suoi bambini”.

Al telefono la voce di Domenica è calma, rassicurante, a tratti emozionata. Il suo bimbo di solo qualche giorno dorme nella sua culletta. Non può coccolarlo e baciarlo ma oggi è lì con lei. E questo le basta.

A casa sono ancora tutti sotto la sorveglianza della Asl. È difficile ma non impossibile. E il messaggio che vuole dare con il suo racconto è solo di speranza, per chi, come lei, il mostro del Covid19 se l’è ritrovato di fronte all’improvviso, a pochi giorni dal parto.

Giuseppe è stato concepito durante il lockdown che ha costretto in casa tantissimi italiani. Domenica e Emilio stanno insieme da 14 anni, lui è più grande di dieci anni e il loro amore è di quelli forti come le rocce delle montagne dell’Abruzzo.

Dalla loro unione è nata Clarissa, la prima figlia, che oggi ha due anni. Solo qualche settimana fa Emilio, dipendente di una nota azienda di Avezzano, ha iniziato ad accusare i primi sintomi riconducibili al Covid: la perdita di gusto e olfatto, la tosse, la febbre.

Al primo tampone a lavoro era risultato negativo ma grazie alla collaborazione dell’azienda che durante l’emergenza sanitaria da subito ha avviato tutti i protocolli per accertare le condizioni di salute dei propri dipendenti, il giorno dopo di tampone ne ha fatto un altro. E quello è risultato positivo.

“Quando sono uscita di casa con il mio pancione per andare con mia figlia e mio marito a fare anch’io il tampone, sentivo già che sarei potuta risultare positiva”, racconta Domenica, “non stavo male ma me lo sentivo. Davanti alla mia positività è come se si fosse fermato tutto all’improvviso. Si è bloccato tutto, mi sono sentita svuotata. Ferma, immobile paralizzata. Ho pensato subito di non farcela”.

“Come prima cosa ho chiamato il mio ginecologo De Bonitatibus, ancora una volta prezioso”, va avanti, “grazie a lui ho capito tutto quello che dovevo fare. Ho chiamato il sindaco Lobene che ha attivato tutta la macchina burocratica necessaria per tracciare i contatti e soprattutto per anticipare il parto. Mi è stato programmato un giorno prima di quello concordato. Ci siamo isolati in casa, ho pensato che avrei comunque avuto il tempo di preparare tutto ma il tempo senza nessuno intorno che ti può aiutare passa senza che in realtà riesci a fare nulla. Anche se sta per arrivarti il secondo figlio. Intanto sono arrivati i sintomi anche a me”.

“Il 13 novembre, sono uscita di casa alle nove. Sul cancello c’erano le mie zie che piangevano. Sono salita sull’ambulanza dell’Avis di Trasacco lasciandomi il vuoto dietro. Pensavo solo a Clarissa e al suo risveglio senza di me. Mi sono allungata sul lettino. Sentivo comunque che tante persone mi pensavano e pregavano per me. Ma per la prima volta ero davvero sola. Io che per tutta la vita mi sono sempre sentita e sono stata vista dagli altri, come una donna emotiva, fragile. In quel momento ho capito che dovevo solo tirare fuori la forza. Per mia figlia che mi aspettava a casa e per quella nuova vita che stavo per mettere al mondo”.

“Sull’ambulanza c’era una volontaria dell’Avis di Trasacco”, racconta la giovane madre, “ha parlato tutto il tempo con me, per tutto il viaggio fino all’Aquila. Ho parlato con lei come se fosse mia madre. Non mi ha abbandonato un secondo. Sono arrivata al San Salvatore, un ospedale che non conoscevo, dove c’erano persone che non avevo mai visto. Mi sentivo confusa e un po’ disorientata, non avevo capito che mi avrebbero operata subito. Mi sono spogliata davanti alla sala operatoria. Non sapevo nemmeno come si chiamava il medico che mi avrebbe operato. Ho tirato un sospiro di sollievo solo quando ho sentito il pianto del mio bambino. Non l’ho potuto vedere, toccare, baciare, abbracciare. L’ho visto andare via. Ma io in quell’ospedale ho avuto la fortuna di conoscere persone meravigliose e tutto quello che hanno fatto per me medici, ad Avezzano prima e all’Aquila dopo, non lo dimenticherò mai. Mi hanno messo in un reparto in isolamento. Non trattandosi di un parto naturale sono dovuta rimanere quattro giorni. Quattro giorni senza i miei figli, sola, io e me stessa. Senza televisione. Senza nulla. Intorno a me solo un’emergenza sanitaria in cui ogni giorno stanno male e muoiono persone e io sola, in attesa solo di tornare a casa. Non mi hanno fatto mancare nulla, mi hanno coccolata, rassicurata. Ho avuto l’assistenza dei medici, degli infermieri, delle ostetriche. Ne ho conosciuta una che lavorava con un contratto di agenzia. Il terzo giorno stavo dando di matto. Volevo vedere se il mio bambino stava bene e se cresceva ma per via della privacy non potevo nemmeno chiedere che mi facessero delle sue foto. Ogni volta che entravano nella stanza si mettevano tuta, visiere, mascherine ma venivano ogni volta che suovano il campanello”.

In quei giorni di solitudine sono stati tanti i pensieri negativi passati tra una chiamata e l’altra con Clarissa che le diceva al telefono: “Mamma quando torni a casa?”. Un pensiero più di tutti affliggeva Domenica: che Giuseppe non avrebbe riconosciuto più il suo odore dopo tutti quei giorni lontani. Voleva allattarlo e sentiva il latte che stava per arrivare e non ha mollato un attimo, ha fatto sì che non andasse via.

“Quel giorno quella ragazza mi si è seduta vicino”, continua Domenica il suo racconto, “mi ha misurato la pressione e ha iniziato a farmi parlare e sfogare. Mi ha ascoltato come se fosse un’amica. Per tanto tempo. Era quello di cui avevo bisogno. Io ora mi sento davvero di dire grazie a tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada durante questa esperienza”.

Ora Domenica è tornata a casa, dove si trova sotto osservazione della Asl insieme a suo marito e ai loro bambini.

“Quando ho saputo di essere incinta di Giuseppe pensavo che sarebbe arrivato quando l’incubo del Coronavirus sarebbe finito e invece non è stato così.  In casa abbiamo le mascherine, Giuseppe non possiamo baciarlo e a ogni cambio di pannolino ci igienizziamo con gel e tutto quanto necessario. Per ora i suoi tamponi sono risultati negativi. Siamo in attesa di conoscere l’esito di quello di Clarissa e i nostri. Ora stiamo meglio. Questa esperienza mi ha insegnato quanta forza una donna ha dentro di sé, a volte davvero senza nemmeno rendersene conto!”.