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Campagna elettorale sobria? Rendiconto delle spese “povere” dei consiglieri regionali

L’Aquila. Voglio vivere così. La cantava il celebre tenore Ferruccio Travaglini. In un periodo di profonda ristrettezza economica in cui spesso le famiglie raschiano il fondo del barile verso fine mese e le imprese non sanno dove trovare liquidità verrebbe da cantare la stessa canzone guardando i rendiconti delle spese elettorali delle campagne elettorali dei candidati al Consiglio regionale della Regione Abruzzo. Lontani sono i tempi delle sontuose campagne elettorali con cene, feste, incontri e gadget. Il tenore è molto ridotto; lo stile è molto più sobrio, ma certamente leggendo certe cifre viene un po’ di meraviglia. Per carità tutto in regola e a norma della legge 515 del 1993. La stessa legge è molto cervellotica e risente delConsiglio regionale D'Alfonso  (10)l’influsso ideologico di caccia alla streghe post tangentopoli e dello stile gattopardesco tipicamente italiano per cui tutto deve cambiare affinché non si cambi nulla.  La norma prevede che i candidati debbano rendicontare le entrate, donazioni e contribuiti, e le uscite della campagna elettorale in cui si includono le spese per le sedi elettorali, viaggi e soggiorni, spese telefoniche e postali, spese per l’acquisto e all’affitto di materiali e mezzi compresa l’acquisizione di spazi sugli organi di informazione, giornali, radio, televisioni private. Ovviamente vanno incluse anche le spese di organizzazione di manifestazioni di propaganda e retribuzioni di prestazioni di servizio conseguenti alla campagna elettorale. La legge inserisce tra le spese dei singoli candidati addirittura quelle riferibili agli stessi. Tutto all’insegna della massima trasparenza. Peccato che la legge sia talmente cervellotica e desueta da inserire un tetto di spesa per ogni candidato dato dalla cifra di € 34.247,89 incrementati di una cifra pari al prodotto di €. 0,0054 per ogni abitante della provincia. Si rimane altrettanto stupiti dal fatto che la tutela della privacy impone che i cittadini non possano conoscere i nomi dei privati cittadini che hanno contribuito alla campagna elettorale del candidato. È curioso che il Presidente della Regione Luciano D’Alfonso, con un campagna così in pompa magna a bordo del Luciamion, abbia speso solo € 36.495,83. Si sfiora addirittura il paradosso quando si apprende che il Governatore ha raccolto contributi per € 67.265,10. È il sogno di ogni politico: fare una campagna elettorale fantastica, vincere e chiudere con un attivo di circa trentamila euro. Tutt’altra situazione per lo sconfitto Gianni Chiodi che magari, leggendo ciò, troverà la sconfitta ancor più amare. Chiodi addirittura raccoglie € 36.300 e ne spende 38.398,31.  Oltre il danno della sconfitta per 17 punti percentuali, anche la beffa di una passività di € 2622,31. Insomma una vera campagna da dimenticare. Vedono il bicchiere mezzo pieno, o anche pieno, i consiglieri di maggioranza e minoranza che in virtù del seggio preso in consiglio hanno una lauta retribuzione mensile che supera gli ottomila euro. Talvolta la retribuzione di un mese supera di gran lunga spesa sostenuta per tutta la campagna elettorale. Insomma il Consiglio regionale è un ottimo affare se visto sotto queste cifre. Tra i più “spendaccioni” si annoverano Lorenzo Sospiri (FI), Mauro Di Dalmazio (AF), Silvio Paolucci (PD), Dino Pepe (PD), Febbo (FI), D’Ignazio (NCD). Più moderati invece Di Pangrazio (PD), Gerosolimo (AC), Pietrucci (PD), Sclocco (PD), D’Alessandro (PD). Campagna povera per Mario Olivieri (RF), Emilio Iampieri (FI), Sara Marcozzi (M5S) e Lorenzo Berardinetti (RF). Il premio “Campagna vincente povera” va senza dubbio al pescarese Domenico Pettinari (M5S), eletto con un campagna elettorale costata €0. Il Consigliere Pettinari potrebbe certamente essere un astro nascente e futuro guru del marketing elettorale. Vi sono certamente leggende metropolitane e di paese, poco credibili, che si tramandano lungo tutto lo stivale italico, le quali parlano di ben altri costi di campagne elettorali per i consigli regionali. Tuttavia non si può, e non si deve dubitare di tali dichiarazioni. D’altronde anche la legge sopra citata impone il suo diktat stabilendo che nella dichiarazione delle spese sostenute i consiglieri debbano riportare la formula “Sul mio onore affermo che quanto dichiarato corrisponde al vero.” (w.t.)