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Truffe ai danni dell’Inps scoperte dai finanzieri. In due rinviati a giudizio

Chieti. Due truffe ai danni dell’Inps scoperte nel chietino. Il giudice Luca De Ninis ha rinviato a giudizio un cinquantunenne di Francavilla, A. B., e una 46enne di Ortona, V.A.. Per l’uomo di Francavilla, la procura non ha dubbi: si tratta di un “falso cieco” che avrebbe indotto in errore l’Inps, sul proprio stato invalidante, inesistente secondo il procuratore Marika Ponziani. L’Inps gli assicurava 14mila 859 euro di pensione di invalidità come “cieco assoluto”, più una indennità di accompagnamento di 37mila 897 euro. I finanzieri, però, seguendolo, si accorgono che cammina senza l’aiuto finanzadi un cane e che utilizza il cellulare. La truffa sarebbe stata portata a termine in concorso con il personale medico della Asl. Per i due medici indagati, però, c’è stata l’archiviazione per il primo e per l’altro la richiesta del pm di proscioglimento. E dunque cade l’ipotesi del concorso. Secondo l’accusa, però, l’uomo avrebbe potuto ingannare i macchinari con i quali è stato sottoposto a una serie di visite mediche dal 1995 in poi. La difesa, affidata all’avvocato Antonio Di Marco, ribatte che il suo cliente è certamente un ipovedente e che si tratta di una persona, tra l’altro, con un grado di scolarizzazione molto basso e che, dunque, non aveva capacità tecniche per arrivare a un risultato del genere. Nel secondo caso si tratta, invece, di una terapista dell’istituto Santa Caterina di Francavilla, dove ricopriva anche il ruolo di delegato sindacale. I problemi iniziano quando la donna si mette in malattia. L’istituto fa le proprie indagini e si scoprecosì che la dipendente in malattia lavora in una gelateria di famiglia e va pure a consegnare il gelato ai pazienti del Santa Caterina. È la goccia che fa traboccare il vaso e la donna viene licenziata. Ma lei non ci sta e parte una complessa vicenda di carattere civilistico ancora pendente in Cassazione, da cui, d’ufficio, nasce anche l’inchiesta penale. Passate le carte alla procura, si è deciso, cioè, di accertare se la donna avesse finto una malattia, mentre in realtà poteva lavorare tranquillamente. Per il difensore Roberto Di Loreto,il licenziamento è stato strumentale, perché la dipendente era una “sindacalista scomoda”. Non solo, la malattia di cui la donna soffriva, comunque, non le precludeva la possibilità di prestare per qualche ora al giorno la sua opera nella gelateria di famiglia, come d’altronde lei faceva alla luce del sole.