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Viaggio – reportage tra i piloni della discordia: ferri che escono, operai al lavoro ma residenti preoccupati

Cocullo. Cocullo, L’Aquila e l’uscita di San Gabriele i viadotti che, dicono, “fanno paura”. In tutto 13 i ‘sorvegliati speciali’ su un totale di 153 ponti e viadotti lungo la A24 e la A25 che collegano Abruzzo e Lazio. Partendo da Cocullo (L’Aquila), i piloni alti fino a 50 metri, mostrano in alcuni casi ferri che emergono da tutte le parti e pezzi di cemento che si sbriciola
cadendo alla base del pilone.

Sopra al viadotto ci sono gli operai che stanno provvedendo a rifare l’ asfalto, mentre alla base dei piloni altre squadre di operai stanno provvedendo a rimuovere le parti del cemento che si stanno deteriorando. Nella zona non ci sono case, ma solo alcune rimesse di campagna e una strada interpoderale attraversa l’intera area sovrastata all’autostrada. Incontriamo Antonio, un agricoltore di Casale di Cocullo al quale chiediamo se la presenza dei piloni così malridotti provoca preoccupazione nei residenti.

“No, non siamo preoccupati, ma sotto il viadotto io non ci passo”. Altri residenti li incontriamo in un alimentare di Cocullo, c’è Margherita che è preoccupata e che addossa la responsabilità alla mancata manutenzione. “Se non crollava il ponte di Genova, qui non sarebbe arrivato nessuno”, dice Margherita. Si prosegue poi verso Bussi sul Tirino (Pescara). Sotto il viadotto nei pressi del casello Bussi-Popoli troviamo forse il cantiere più grande.

Gli operai lavorano e ricostruiscono attorno ai pilastri malridotti una nuova gabbia che diventerà anch’essa un pilastro che andrà a sorreggere il viadotto soprastante. I vecchi piloni vengono prima lavorati con i martelli pneumatici e poi lavati prima di rivestirli con una nuova gabbia di ferro. In alto, sul viadotto, è stato tolto il guard-rail per alleggerire il peso. “Quei ferri fuori ai fini della sicurezza non significano nulla”, dice Gabriele Nati, direttore tecnico di Strada Parchi. Lasciamo Bussi e ci dirigiamo verso L’Aquila.

Sotto il viadotto San Giacomo c’è un piccolo ristorante, ‘La Rupe’, ed è forse la struttura più a rischio in caso di un cedimento. I proprietari sono impegnati a servire i clienti quando chiediamo cosa stiano pensando di fare: “La situazione è quella che è, chiediamo che venga fatta la dovuta manutenzione per riportare sicurezza e serenità in questo quartiere”.

Alla fermata c’è un giovane universitario, Claudio, che affronta il problema dei viadotti puntando il dito anche lui sulla mancata manutenzione. “Anche se i viadotti sono bassi, mettono paura quei ferri che escono fuori dal cemento”. Attraverso il Traforo del Gran Sasso arriviamo al casello di Colledara-Isola del Gran Sasso, e da lì ci inerpichiamo verso il Gran Sasso fino a giungere alla frazione di San Nicola, un pugno di case sotto il viadotto che passa proprio sui loro tetti.

C’è Sabatino affacciato al balcone con i suoi nipotini e forse è la casa più a rischio: “Mio padre costruì questa casa nel 1964 mentre l’autostrada è arrivata molti anni dopo. Ora vengono giù continuamente i calcinacci e adesso arrivano ogni giorno giornalisti e inviati. Ma questa è una situazione che va avanti da tanti anni. Se non cadeva il ponte di Genova qui non sarebbe venuto nessuno”. “Può darsi che questa volta finalmente – dice il gestore del ristorante del paese, Luigi Menei – qualcuno arriverà a mettere a posto questi pilastri. I ferri continuano a uscire come le vene di un cavallo imbizzarrito”.